|
Fonte: Repubblica.it (19.05.2010)
“La perdita del lavoro rappresenta una lesione gravissima della stima di sé. Il lavoro è quello che ci permette di sperimentare la nostra autonomia, che ci afframca dai bisogni. Rappresenta poi la possibilità di costruire una rete di relazioni, la cui fine di conseguenza coincide con la fine di un mondo e segna l’inizio di un processo di revisione che è tanto più doloroso quanto maggiori sono stati i sacrifici affrontati per la carriera” (Claudio Mencacci, responsabile del reparto di salute mentale del Fatebenefratelli di Milano)
Si è giustamente parlato del fenomeno degli imprenditori che la crisi ha spinto al suicidio. Per il peso del fallimento, ma anche per la “vergogna” di dover licenziare – soprattutto nelle piccole imprese a gestione famigliare – impiegati e operai che hanno diviso lavoro e impegno per anni.
Ma c’è anche un altro fenomeno, altrettanto preoccupante, che sta emergendo negli ultimi mesi: i casi di depressione tra chi ha perso il posto di lavoro e che è costretto – sempre di più – ad accettare impieghi precari, flessibili e a tempo determinato. Un fenomeno – come ha raccontato nell’edizione Lombardia un servizio de Il Sole 24 Ore - in costante crescita: le visite per “sindrome del precario” sarebbero salite in alcuni ospedali del 18% nel 2009, un dato che viene confermato anche per l’anno in corso. Disturbi depressivi e ansia sono tipici di ogni periodo di crisi economica, con un aumento stimato attorno al 30-40%. Ma alla crisi, in questo caso, si associano le preoccupazioni di un lavoro instabile, a tempo determinato, con l’ansia di dover ricominciare in breve tempo in un altro posto e di non poter programmare la propria vita sul lungo periodo. E in Lombardia, in particolare, sarà sempre più così: nel 2009 in quella che viene ancora considerata la regione più ricca d’Italia (ma è anche quella con il più alto numero di licienziati e cassa-integrati dall’inzio della crisi) il lavoro è sempre più precario: nel 2009, sette nuove assunzioni su dieci è avvenuto con modalità contrattuali “flessibili”. Un numero in crescita: nel 2008 la percentuale era del 67% e un anno prima del 62%.
E chissà come aumenterà lo stress se davvero dovesse passare la regola per cui si può licenziare anche con una semplice comunicazione a voce: “Ehi tu, da domani sei fuori!”. Agli psicologi il lavoro non mancherà.
|